GIUSEPPE ROSSETTI
Biografia

Legni e ferri, frammenti pietrosi, fogli e libri.
Ogni camera ha una funzione. Si passa dai toni ossidati del metallo al profumo delle vernici, dall'ammuffito odore dei libri ai primi piani dei tavoli da lavoro. Ogni cosa ha una storia, oggetti-simbolo di realtà perdute, reperti che sono frutto di esplorazioni fra gli angoli dimessi della città o negli sperduti sentieri delle campagne. Un libro diventa scultura, la scheda di un computer si trasforma in un plastico della fantasia, il destino di un'anta d'armadio segnato dall'idea di un quaderno In queste camere sembra debba muoversi un sorridente rigattiere dedito all'impaginazione di sogni estrapolati dal dizionario della corrosione.
Soffia la fiamma ossidrica, raspano le lime, oltre ogni progetto organizzativo le opere si realizzano in un divenire di imprevisti. Nel materico diario appaiono anche spartiti di un'antica sonata con dedica a un probabile amore; i fogli, ricoperti ormai dall'avorio degli anni, seguono i tempi musicali, le note sono distese sul legno; un nuovo concerto con impugnature di rasoi tra i righi.
Una grande cornice delimita la composizione, poi c'è un aspetto tonale dato da una griglia metallica dai reticoli sottili e sensibili come corde di chitarra. Scorre la mano, si alza un suono, l'artista divertito. Nel rituale esercizio delle assonanze e dei rimandi gli intenti poetici di Rossetti sono chiaramente riconducibili a quelle visioni che abbracciano una sorta di alchimia del visuale ottenuta dalla riedizione degli oggetti perduti e dall'accumulazione di forme e materiali eterogenei. Ecco così la terminologia del Dada, gli accostamenti al Nouveau Realisme, le enigmatiche divagazioni Pop, collages, assemblaggi; quindi escursioni lontane che si riallacciano alle avanguardie storiche e a un lungo elenco di nomi, come quelli di Duchamp, Picabia per giungere a Klein, Ossorio, Genius, Cèsar, Johns, Rotella, Baj, fino all'ineludibile Rauschenberg. Connessioni, sintonie e acquisizioni di pratiche rapportate comunque a una sigla particolare, emblema di memonie trasfigurate. Per Marcel Duchamp la scelta dei ready-made non era dettata da godibilità estetica, era invece fondata su una reazione di indifferenza visiva unita a una totale assenza di buono o cattivo gusto... insomma, una totale "anestesia" in rapporto alla classificazione dell'opera d'arte. Ma lo spirito nichilista che informava certe espressioni, come il riporto filosofico dell'esistenza urbana del neo-dada, si sono largamente stemperati nelle scelte del nostro artista, autentico nomade del sentimento, ricercatore di oggetti a cui dare nuovo valore e quindi giungere a rappresentazioni che tutto sommato hanno un carattere iconico. Oppure, nelle lunghe escursioni dei pensieri notturni, riunire i palpiti della solitudine e trasporli nelle muschiate pagine dei volumi, tra i legni e i ferri.
Alla fine, ecco le assonanze più prossime ai teneri lasciti di una ricerca: la potenzialità espressiva del materiale, ricordi cioè, filtrati dalle combustioni e dai sacchi di Burri; e poi le stratificazioni cromatiche che evocano le terre e gli oggetti di Tapies, echi modulati dal desiderio sottile di inquadrare la vita nella malinconica libertà di un rottame, voci racchiuse in un libro avvitato contro uno schermo nero.
Rabdomante nei territori delle cose perdute, Giuseppe Rossetti continua a inseguire le tracce di tutto ciò che sembra destinato a finire. E' un trasporto nell' evanescente profilo del ricordo, fra realtà dal sapore ferroso, al centro di un racconto che s'inizia dall'epilogo. E' come una ricerca attratta dal campo magnetico della reinvenzione, passo dopo passo lungo un percorso dagli scenari minimi, lontano dai teatri magniloquenti delle citazioni accademiche, fra oggetti diseredati dalla logica, frammenti senza un rapporto esplicativo con la vita con tutto ciò che aveva dato origine alle linee ormai esauste di questi oggetti, cascami di tempo. L'icografia dell'opera di Rossetti scorre così sul nastro del gioco un po' malinconico della parodia e sugli accenti di un'ironia che celebra la polvere e tutti i segni insidiati dal nulla. E' da una vita che l'artista riunisce gli sconfortati resti delle più svariate espressioni dell' azione umana, risonanze e memorie di legni, utensili metallici, di libri e persino di computer, come dire un 'esplorazione ad ampio raggio anche se le ricognizioni sui vecchi toni privilegiano gli esiti compositivi. E' come insediarsi nel solaio della fantasia, e sognare nelle cornici cieli arabi e pezzi di telefono. Nascono allora gli assemblaggi, e gli oggetti assurgono a nuova dignità visiva, ridenti allusioni alla tradizione alchemica ed ermetica; oppure, semplici invenzioni ottenute dall'elaborazione di un sussulto e dall'autenticità di un emozione dinanzi ai tratti grumosi degli anni.

Lo studio di Rossetti in una nobile propaggine della vecchia Bologna, una di quelle strade dove i portici, bruni e maestosi, disegnano luci sulle strade lastricate di lucido granito. Gli ambienti di lavoro sono ampi, addirittura affrescati: i fantasmi delI'antica bohème non sono più elementi d'angoscia anch'essi si sono tramutati in reperti da inserire nella brumosa parodia dei ricordi. Ma c'è una visione che permane, un sogno cosciente fatto quando aveva sedici anni. Era una serata dalle particolari accensioni, con il cielo che sembrava un ombrello blu zeppo di intermittenze argentate. Improvvisamente tutto si oscurò e la vista si infranse contro uno schermo nero. Vide se stesso perdersi nel nulla, come preso da un vuoto infinito, e si sentì vagare, attanagliato dalla disperazione, alla ricerca di una via di scampo. Poi, altrettanto all'improvviso ogni cosa tornò ad essere quella di sempre, con le stelle e tutto il resto a raccontare le ore della notte. Non fu più lo stesso il suo stato d'animo, per lui quell'angoscioso fluttuare nelle tenebre fu come un triste presagio, talchè lo schermo nero torna sovente nei suoi lavori, con un senso di arcano abbandono e di drammatica lacerazione. Nero assoluto, o intercalato a supporti materici, una lavagna su cui tracciare resoconti di un lontano azzeramento. Sono momenti, toma il chiarore ed ecco riapparire la segnaletica degli oggetti. L'atelier un ordinato grovigllo di reperti, c'è anche un vastissimo campionario di torce elettriche, di tutti i tipi e di tutti i paesi. E' un altro modo di giocare, raccogliere luci tascabili che però non hanno nulla a che vedere con i modelli ispiratori delle varie composizioni.

Franco Basile

Giuseppe Rossetti ha una posizione abbastanza atipica nel quadro dell'arte bolognese.Questa infatti, sembra preferire, in linea di massima, le soluzioni appoggiate al gusto del pittoresco, del ricorso a un colore sensuale - ma pur sempre colore, cioè pigmento steso su una superficie.
Ciò e' riscontrabile dai tempi dell'Informale (per non voler risalire addirittura, a Morandi), ma trova conferma perfino in alcuni artisti bolognesi di ondate successive, come Calzolari, che attraversa l'arte povera, o Luigi Ontani e altri che invece si collegano alle poetiche della citazione e dell'eleganza postmoderna, ricorrendo a soluzioni basate sul felice incontro della cromia e della grafica. Rossetti invece fa una scelta a favore degli aspetti "concreti" offerti dalla realtà, e dunque, per questo verso, potrebbe essere definito un "nuovo realista", da mettere in squadra con gli artisti a suo tempo patrocinati da Pierre Restany: un César, un Christo, soprattutto un Arman: o, per l'Italia, occorrerebbe rivolgersi a una figura abbastanza isolata come quella di Colla.
Le opere di Rossetti infatti, sono invariabilmente degli aggregati di "oggetti ritrovati", nella più pura tradizione del dadaismo, classico o rinnovato. E si badi che in lui non c'è neppure la compiacenza per gli aspetti di usura del tempo e delle intemperie metereologiche, per effetto dei quali non di rado gli "oggetti ritrovati" recuperano i caratteri del pittoresco, presentandosi coperti di ruggine, smangiati e corrosi.
I materiali da lui prelevati, invece, sono netti e puliti; non solo, ma nell'assemblarli egli fa in modo di evitare l'accumulazione indistinta e caotica; al contrario, il montaggio è lucido, il che porta a ritrovare, anche se per una via insolita e solitaria, un effetto finale di eleganza.
Infatti questi gruppi scultorei di Rossetti si stagliano nitidamente nel vuoto, ostentando perfino una grazia lineare: come se, invece di essere nulla più che rottami, cascami recuperati dalla poubelle, fossero pezzi metallici ricavati da preziose funzioni, quasi con l'arte squisita di un orafo. La scioltezza dei profili, il ritmo snello delle composizioni ci fa dimenticare, insomma, il carattere "povero" che questi materiali hanno in sè, e li trasforma in altrettanti oggetti "ricchi", provvisti quasi di un'aurea magica.
Partito con l'intenzione di seguire rigorosamente la via dell'astratto, dell'aniconicità, Rossetti trova alla fine di essa una specie di sorprendente qualità iconica, ci offre cioè delle icone molto adatte al nostro tempo, familiari e misteriose nello stesso tempo, riconoscibili ed enigmatiche: come se ciascuno di noi le potesse rifare, ma come se, d'altra parte, ci sorprendessero, dimostrando di provenire da un mondo arcano e "altro".

Renato Barilli

Coloro che, senza atteggiarsi ad eroi ma naturalmente, come Giuseppe Rossetti, lavorano e si comportano con spirito di indipendenza obbedendo ad un realismo romantico che evidentemente non ha cessato di aver qualche potere di suggestione, ci appaiono personaggi quasi incredibili, ma proprio da loro l'arte d'oggi può attendersi qualche riscatto, un recupero della sua forza espressiva che vada oltre il limite dei codici linguistici o del conformismo degli stili correnti.
Ciò che subito mi sorprese in Giuseppe Rossetti, che ebbi modo di conoscere abbastanza casualmente in momenti per lui difficilissimi, fu la straordinaria freschezza, l'amore - per usare un'altra parola quasi impronunciabile oggi - che egli metteva nel fare arte, ma soprattutto nel cercare modi autentici di comunicazione personale, fra i quali io metto in conto anche la poesia che egli non poteva trattenersi dal comporre e leggere ad ogni occasione che si presentasse. Può darsi che molte cose che egli faceva, il suo stesso modo di comportarsi con gli altri, fosse frutto d'ingenuità e di non avvertita preparazione culturale, ma ho potuto verificare di persona che in ogni occasione Rossetti è sempre stato lo stesso, anche quando si trovò legittimamente inserito in rassegne come quelle dei Celebranti, di Gavirate e della Galleria d'Arte Moderna di Suzzara e Taranto in cui si raccoglievano alcuni tra gli artisti più noti del nostro paese.

Ciò che più sorprendeva era la qualità raffinatissima delle opere e la capacità di questo personaggio all'apparenza tanto "disordinato" di creare implacabili ordini, di fissare inedite misure alla forma estetica, di rispondere con senso felice d'esecuzione, alle proposte più ardite del far moderno e delle neo avanguardie. Egli ha avvertito tra i primi in Italia il fascino della rilettura del mito e della storia, del recupero di una dimensione nuovamente soggettiva nell'ambito di una imagerie fondata sull'oggetto, e ha compreso subito che l'ambiente è o può essere almeno in arte, la proiezione dell'individuo e non luogo del suo annullarsi e in situazione.
Rossetti non ha certamente teorizzato i suoi comportamenti e le sue idee estetiche. Semplicemente ha vissuto en artiste gli uni e le altre, senza apparente sforzo e senza sbavature formali, componendo cioè opere sempre di altissimo livello, ineccepibili ed avvincenti come poche se ne conoscono di artisti italiani della sua generazione.

Che tutto ciò sia stato possibile in una situazione principalmente segnata da vicende che emarginavano Rossetti al punto di farne una sorta di simbolo delle irregolarità meno accettata, è un'altra delle cose straordinarie che riguardano questo artista sorprendente che ha fatto della sua solitudine, del distacco che gli è stato imposto per anni, uno strumento di comunicazione impregiudicata con gli altri, mantenendo inalterata la fiducia in sè stesso e nel suo lavoro nonostante le difficoltà gravissime che ha dovuto affrontare.
A questo punto m'accorgo che sto sfiorando la retorica dell'artista misconosciuto e "maledetto" cara ai romantici e anche agli attuali adoratori delle miserie antiche, ma non posso sinceramente fame a meno. Se c'è un momento in cui gli artisti dovrebbero recuperare qualcosa dell'antico orgoglio, un velame d'immemorabile verginita, un atteggiamento di dignitosa autonomia nei confronti del Potere che ha sepolto il primato dell'arte sotto le sabbie dell'effimero, ebbene quel momento lo stiamo vivendo.
La tristezza estetica potrebbe essere superata nella follia gentile di una nuova Bohéme, nell'incanto segreto e fidente dell'arte davvero nuova di cui l'opera di Rossetti è una delle testimonianze più autentiche.

Franco Solmi

…Il libro qui appartiene a un tempo, ne restituisce tutta la suggestione dell' Heimat, del vissuto intimo, della preziosità della corrosione, della patina, ma in quanto tutta risolta nella presenzialità della superficie.Per cui c'è una coincidenza assoluta tra memoria e rappresentazione, ma solo dal punto di vista della costruzione attualizzante che annulla ogni distanza temporale tra la provenienza delle cose e le loro denotazioni dirette nella rappresentazione.Infatti ogni elemento dell'immagine non ha verso di alcuna connotazione di senso, né latrova nella profondità interpretante delle nostre attribuzioni. Tuttavia, pur nella coincidenza tra il libro - cosa e la sua provenienza, è da quest'ultima che scaturisce il coinvolgimento subliminale della riconoscibilità della memoria…
Il libro di Rossetti non sta nel segreto della scrittura che cela, non è la metafora di un mondo più profondo a cui rinvia. Esso manifesta la sua denotazione di "cose della memoria" in un linguaggio personale tra Surrealismo, Metafisica e Fenomenologia.

Nerio Rosa
by g.pezzoli - s.sandrolini