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FRANCESCO GUCCINI

D'AMORE DI MORTE E DI ALTRE SCIOCCHEZZE

Sono passati trent'anni (manca poco) da "Folkbeat N.1", il primo album del Maestrone, del cantautore per eccellenza : trent'anni passati a far canzoni, a scrivere libri, a gavazzare e a soffrire, a rinascere ogni volta , a morire altrettante volte. Trent'anni e 17 dischi, oltre 100 canzoni all'insegna della poesia, dell'autobiografia, dapprima non cantate (era il rimprovero principale della critica leggera dei primi tempi), poi sempre piu' interpretate. Dapprima scarne ed essenziali nella scrittura musicale, oggi arricchite dall'esperienza e dal modo di cantare.

Canzoni mai passate...di moda, ma anzi,addirittura sempre all'altezza dei tempi, quasi cronaca senza tempo, applicabili ad ogni momento e ad ogni circostanza. Tanto da far si' che ai suoi concerti, ad esempio, si assista sempre ad un autentico ricambio generazionale : si', insomma, accanto agli incarogniti aficionados c'e' sempre una marea di giovani, giovanissimi che si riconoscono nel messaggio del maestrone.

Trent'anni, abbiamo detto...e a trent'anni di distanza dall'esordio discografico, un nuovo album dal titolo emblematico, che raccoglie riflessioni, attualita', autobiografia, poesia pura. Trent'anni ma non un biliancio, una specie di partenza da capo con nuova linfa, nuova voglia e nuovo entusiasmo. Nove canzoni dalla standad eccellente, a partire dalla prima, "Lettera", che al primo, primissimo impatto sembra la solita ballata di Guccini e che, immediatamente dopo, si rivela invece del tutto nuova, sia dal punto di vista musicale che esecutivo. E' indubbiamente nata come una specie di acquerello, in cui i colori sono sostituiti dalla immagini liriche, dagli arrangiamenti musicali, da modo di cantare. Quest'ultimo, poi, estremamente coinvolto e coinvolgente, sempre meno recitato e recitante, vera...canzone. Una canzone che parte addirittura bucolica, paesaggistica (con immagini liriche, peraltro, notevolissime) e che chiude con amarezza. E' anche la canzone che piu' giustifica il titolo dell'album, che ne da' l'interezza interpretativa.

"Vorrei" e' decisamente una canzone d'amore, non una di quelle quasid'amore cui ci aveva abituato (sminuendole) Francesco Guccini. Questa volta l'amore e' dichiarato, e' passione travolgente, e' dolcezza in poesia, e' dolce follia, desiderio di ripetere le proprie esperienze con una persona amata, e' incanto alla sola vista...Amore un po' timido, addirittura. Quasi che fosse una vera e propria necessita' fisica aprirsi e dichiarare cose nascoste nel profondo, assolutamente personali, ma nel contempo incontenibili, impossibili da trattenere.

Tutto il contrario di "Quattro stracci", canzone dell'addio, canzone dell'incomprensione, canzone del contrasto di gusti e di carattere, canzone dichiaratamente cattiva, o meglio, spietata, fatta di delusione, di constatazione, di consapevolezza e, particolarmente, non di rimpianti. Consciamente e inconsciamente lo stesso posizionamente nella scaletta del disco, prima "Vorrei" e poi "Quattro stracci", ne acuisce la...potenza negativa.

Con "Stelle" si riecheggiano antiche sensazione di dèja-vu. Parliamo naturalmente di atmosfere ricordative, nel caso specifico quella di "Bisanzio", canzone facente parte di "Metropolis" : ma questa volta le stelle non sono piu' mezzo per vaticini, bensì motivo per perdersi in un immenso cosmico di cui non abbiamo gli strumenti per indagare. E' la canzone del forse, argomento principe del Nostro, che sempre nel dubbio, ha posto le basi della vera intelligenza.

La ormai dichiarata passione per Guccini per i ritmi e le melodie sudamericani e' ben nota a tutti coloro che lo conoscono. Tango, milonga, chacarena si sono gia' affacciati in gran parte dei suoi ultimi dischi ed oggi e' la volta della cueca (originariamente zamacueca , ballo nazionale cileno, popolarissimo anche in Argentina, Peru' e Bolivia), utilizzata in "Canzone delle colombe e del fiore" : un'altra canzone d'amore puro le cui liriche eccheggiano come struttura quelle rinascimentali. Anche in questo caso il modo di cantare di Francesco ne accresce il significato personalizzandolo come non mai.

Juan Carlos "Flaco" Biondini, da (quasi) sempre chitarrista fisso e amico di Guccini, e' l'autore della musica de "Il caduto" storia di un montanaro costretto a morire in pianura. Su una pianura coperta di neve, una specie di Spoon River gelato, dove ci sono coloro che son "morti in eterno" e da dove il caduto rimpiange, tra l'altro, di non poter piu' "scoprire di nuovo dal riccio il miracolo della castagna" . Si riaffaccia in questo caso anche l'animo montanaro dell'autore, da sempre, dichiaratamente, uomo di bosco e di fiume. Il magnifico e ormai storico Coro Stelutis puntualizza la drammaticita' della narrazione. Da notare che il direttore del coro e' quel Giorgio Vacchi che, nel 1970, arrangio' il secondo disco di Guccini, "Due anni dopo".

Ognuno di noi ha un "Cirano" dentro di se' e Guccini non fa eccezione. Novella "Avvelenata" dei nostri tempi, riprende il tema della rabbia contro l'insipienza, la stupidita', l'infingardaggine. E si' che mai come oggi, nei tempi luridi che stiamo vivendo, una nuova avvelenata ci voleva : solo che, nel 1976, anno della prima...versione, nessuno avrebbe potuto prevedere che ci sarebbe capitato anche di peggio.

"Il Matto" e' anch'essa frutto di una collaborazione : autore della musica e', infatti, Ares Tavolazzi, jazzman di chiara fama, musicista di gran valore, anch'egli appartenente al gruppo dei Guccini's Boys sia in studio che dal vivo. Tragedia volta in commedia, grazie anche proprio alla parte musicale, apparentemente sguaiatella e nightarola, potrebbe appartenere al filone ...primordiale, proprio quello di "Folkbeat n.1", rivisitato con gli occhi di oggi. E a questo proposito sempre a quell'epoca e a quelle atmosfere si ispira l'esilarante "I fichi" , registrata dal vivo alla sede del Coro Stelutis succitato. Proprio come nei concerti del maestrone...

Novembre 1996

EMI


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